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Interviste
Intervistando: Stefano Bollani e "La sindrome di Brontolo"
Scritto da Valerio Venturi   
lunedý 11 settembre 2006
MILANO - Stefano Bollani ha scritto un romanzo. Il pianista milanese, 34 anni passati a stupire, tra un disco e un live ha pure trovato il tempo di pubblicare una storia. Si chiama “La sindrome di Brontolo”, è edito da Baldini Castoldi Dalai ed esce in contemporanea al disco “Piano solo”. Progetti complementari ma non pensati insieme: il cd a stupire per la qualità - a partire dalla veste grafica, con ottime fotografie di Roberto Masotti -, il libro per la novità che rappresenta. E che incuriosisce già a partire dal titolo scelto.

Bollani, che cos’è “La sindrome di Brontolo”?
Dodici anni fa ho iniziato ad accorgermi che nessuno ricordava uno dei 7 nani. Lo chiedevo agli amici e scoprivo che mancava sempre lo stesso. Da questa constatazione nasce il titolo del romanzo.

Hai già scritto il saggio “L’America di Renato Carosone”. Ma quando hai deciso di occuparti di narrativa? E come è nato “La sindrome di Brontolo”?
Scrivevo già da bambino, ma non avevo fatto leggere niente a nessuno: avevo quaderni pieni di storie. Ora scrivo su portatile. In albergo, negli aeroporti: dove sono costretto a stare fermo ore senza far nulla, o leggo un libro, o butto giù qualcosa. Da 4 anni lavoravo a questa idea, visibilmente un romanzo. Da tempo non scrivevo. Poi ho trovato i 5 personaggi del libro. Li facevo incontrare, facevano delle cose. Mi piaceva l’idea che li potessi spostare come fossero marionette. Quando lo stavo per finire, è arrivata la telefonata di Cristina Dalai: “perché non ci fai leggere qualcosa? Secondo me scrivi cose belle". E' stato uno stimolo a finirlo, dopo 8 mesi ce l’ho fatta. Gli ho dato il mio testo e ho firmato il contratto. Lei si aspettava una cosa un po’ stralunata. E in effetti il libro è un po’ in aria.

Come lo puoi definire?
E’ divertente. Ma è molto malinconico l’assunto da cui parte. L’idea è che tutti gli incontri che questi personaggi fanno non portano a chissàche. Come per noi: gli incontri che facciamo non ci cambiano come in un romanzo. Conosciamo sempre più persone e pensiamo sempre le stesse cose. La conclusione quindi è molto tetra, ma lo sviluppo è giocoso. I miei personaggi hanno problemi di incomunicabilità che li rendono buffi.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?
In questa denuncia sono più dito accusatore: mi sembra che il mondo vada in questa direzione e io faccio il possibile per fare diversamente. Ma ci sono 4 personaggi e mezzo (il mezzo è il taxista) che nelle cose che dicono, che fanno, che sono, rappresentano 4 pezzettini di me. Me ne sono accorto dopo, quando il libro era in stampa. Eppure pensavo di essermi nascosto anche troppo. Me li sono immaginati pensando per qualcosa anche ad alcuni amici. Ad ogni modo, credo sia inevitabile che vada così. Come nella musica: uno viene fuori, non c’è niente da fare.
 
Che rapporto c’è tra il tuo romanzo e la tua produzione musicale?
Questo libro andrebbe letto a voce alta. E’ ritmo. Più che nel racconto, è nelle singole frasi, che per questo a volte sono ripetute. Non comune con la musica è invece il fatto che è un lavoro molto cesellato. Ad esempio: “Piano solo” è registrato in un giorno e mezzo, non ci sono correzioni: è la foto di un momento. Per “La sindrome di Brontolo” gli aggettivi sono scelti uno ad uno, e ho lavorato per sottrazione.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
I sudamericani magici, Queneau, Calvino, gli italiani d’antan come Bontempelli, Palazzeschi, anche Buzzati: si avverte nel mio lavoro. Ma sono molto curioso, come nella musica. Non c’è traccia, nel testo, della Morante, di Veronesi, di Moravia, ma di loro leggo tutto. Certo è che quando scrivo mi risulta più naturale il registro fantasioso.

Altri progetti editoriali in cantiere?

Niente. Anzi, non è vero. Ho un’idea che un giorno mi piace e l’altro no. Non programmo. Vedremo. Mentre per i dischi sono pieno: a novembre ho quello con Rava.

Una curiosità: che ne farai dei tuoi scritti adolescenziali?
Credo niente. Sono stupidaggini. Tranne il periodo dai 15 ai 18 anni, che abbiamo passato tutti, di poesie strappacuore sull’innamorata di turno o i destini del mondo. Poi uno trova la fidanzata o si mette il cuore in pace. O rimane folle per sempre. Esatto. Comunque nelle poesie, in 4 righe, riesci a dire qualcosa. Ne ricordo una che diceva: “Nella notte i peli del gatto nero e il suo sangue rappreso sulle ruote della macchina che non vuole fermarsi”. Un’immagine tremenda. Poi ho scritto soggetti cinematografici pensati per Totò insieme a Sordi e Buster Keaton. Oppure gialli. Il mio preferito era un detective che passava il tempo a vomitare, e non avevo ancora letto Bukowsky. Anche recensioni immaginarie alla Borges, su cose inesistenti. Tutte insistevano sul fatto che gli autori in questione fossero stati picchiati da bambini: Beckinett, Ugo Fosco, Foscar Wilde. Poi racconti dell’orrore alla Stephen King. Ne ho scritti 3, ma poi mi veniva da ridere.


 
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