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Interviste
Intervistando: Danilo Gallo, "Le arti sono connesse, un mutuo soccorso che genera bellezza"
Scritto da Marco Scolesi   
sabato 13 giugno 2020
MILANO - Danilo Gallo, classe 1972, oggi è uno dei musicisti jazz italiani più apprezzati. E' bene dire, però, che a lui non si addicono categorie, poiché potremmo definirlo un musicista totale, curioso e sempre in cerca di nuove sfide. Nato a Foggia, ma oggi vive a Milano dopo un periodo lungo in Veneto (10 anni a Venezia e 5 a Padova, dove chi scrive ebbe modo di conoscerlo ad un live di Ben Allison), all’inizio si è dedicato alla chitarra classica ma ha poi approfondito lo studio del jazz presso "Il Pentagramma” a Bari dove ha iniziato la sua attività artistica. Musicista ecclettico, trasversale, partecipa a numerosi progetti che spaziano dal jazz al rock, dall’improvvisazione radicale all'avanguardia, fino a diverse collaborazioni che vedono le varie arti al fianco della musica, ma è anche leader di progetti a suo nome. Oltre al contrabbasso suona anche il basso acustico ed elettrico, la balalaika basso e la balalaika contrabbasso. Ha insegnato, tenuto seminari e masterclass. E’ co-fondatore dell’etichetta indipendente El Gallo Rojo Records, soggetto collettivo di produzione nell'ambito della musica creativa. Abbiamo deciso di incontrarlo per una conversazione a 360°.

Ciao Danilo, non possiamo non partire dall'emergenza Covid-19. Come hai vissuto il periodo di lockdown?
"Ciao. Certo, domanda più attuale non si potrebbe porre. Intanto sembra che pian piano si stia uscendo da quei tragici momenti che, visivamente, inizio a ricordare come un incubo sbiadito lontano anni luce. Ho vissuto ogni giornata apparentemente come una uguale all'altra, perché a dettare l'andamento erano solamente i sobbalzanti stati emotivi, spesso al ribasso, con dubbi e angosce, ma anche euforie. Erano questi gli unici diversivi alle giornate. Una tilt emotivo".

Hai partecipato a eventi social durante il lockdown?
"Poco, ho suonato pochissimo e partecipato pochissimo ad iniziative in streaming, un po' per scelta un po' per opportunità".

Il mondo del jazz, o in generale dei musicisti, come ha reagito all'emergenza?
"Come strutturale a questo mondo, credo che ognuno abbia reagito improvvisando l'esistenza. Spesso in maniera totalmente differente, nessuna delle quali reputo in assoluto giusta o sbagliata. Ho notato, mi auguro di non sbagliarmi, una certa disponibilità ad iniziare finalmente ad agire nell'ottica di categoria, comunque di persone accomunate da stessi interessi, istanze e bisogni che, si è visto nei decreti governativi, sono stati ampiamente ignorati. Ma credo che un po' di mea culpa dei musicisti vada fatta".

Anche per te si è fermato tutto. Cosa stavi facendo prima del lockdown e come ripartirà la tua attività musicale quando sarà possibile?
"Stavo svolgendo la mia solita attività, fatta al 70% di concerti e prove e registrazioni, e al 30% di insegnamento in scuole civiche. Tour programmati, promozioni di dischi in uscita.. puff! E in un attimo via tutto. Il mio lavoro, il primo a fermarsi e l'ultimo a riprendere, ripartirà molto ma molto lentamente. Esso fa parte di una filiera di attività ed occupa una posizione in coda. È un dato di fatto che ci vorrà del tempo a rimettere gli ingranaggi in sesto. È tutto confuso e timoroso al momento".

Passiamo alle tue ultime registrazioni. Parlaci del progetto a tuo nome Dark Dry Tears, che personalmente apprezzo in modo particolare...
"Con questo gruppo è uscito, in forma digitale il 27 marzo, e fisicamente il 22 maggio, il disco "Hide, show yourself!", registrato lo scorso anno all'Auditorium di Roma, e pubblicato da Parco della Musica Records. È il secondo disco del quartetto, e vede Massimiliano Milesi e Francesco Bigoni alle ance (nel primo disco c'era Francesco Bearzatti al posto di Milesi), me al basso e chitarra baritona, Jim Black alla batteria. È un gruppo di amici e militanti con cui riesco a far risuonare perfettamente la mia anima più recondita, tutti musicisti veramente liberi e onnivori, con cui riesco a realizzare la mia idea di perfetto equilibrio anarchico. Dietro all'album c'è un concept: i titoli dei brani (per la maggior parte dei quali ringrazio la mia compagna Kathya West che ne ha coniati tanti mentre ascoltava con attenzione il processo compositivo) parlano di muri, mattoni, demolizioni, polvere, ma anche di acqua e di alberi come a prenderne il posto. Posso allora descriverti il concept attraverso questo "manifesto". Gli esseri umani ancora costruiscono muri. Quelli fatti di mattoni, di cemento, di staccionate. Quelli dei confini geografici. I muri culturali, i muri emozionali, religiosi, sensoriali, le barriere, i sentimenti non condivisi. Tutto ciò contribuisce ad alzare mattoni su mattoni, oltre i quali non si riesce e non si vuole vedere niente e nessuno, mettendo lucchetti alla propria esistenza. In questa era di politiche e di costumi che tendono ad alzarli tutti, in una sorta di effetto domino reverse, a produrre un andamento lineare e piatto, così da eliminare diversità e sfumature, danze e traiettorie multiformi, l’auspicio è che si creino sempre crepe per poterli demolire. “Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo”, diceva Schopenauer. Senza muri il campo visivo di sicuro si espande, e i confini tenderanno a mischiarsi, facendo emergere il bello da tutte le diversità, aggiungerei io".

Da sempre tu ami collaborare in vari ambiti o generi. Le tue prove più recenti sono Ayler's Mood, Osmiza e il duo con Marco Colonna. Puoi entrare nello specifico dei singoli progetti?
"I gruppi a cui accenni sono diversi tra loro. Il trio Ayler's Mood vede Pasquale Innarella alle ance, io al basso ed Ermanno Baron alla batteria, di cui è uscito recentemente, per Aut Records, il disco "Combat joy". È un omaggio al grande Albert Ayler, ma egli è solo lo spunto, la suggestione, e il suo mondo, tra urlo, preghiera e ribellione, è il tesoro. Il resto è estemporaneità e improvvisazione, senza il cedimento didascalico. Circa questo disco mi piace citare la frase di Flavio Massarutto che scrive per Il Manifesto: "La manutenzione gioiosa della Storia". È un trio a cui tengo molto, di piena libertà, che era attivissimo live prima del lockdown, ed ora si spera riprenda. Osmiza è un vecchio trio di amici, Francesco Bigoni al sax tenore, io al contrabbasso e Aljosa Jeric alla batteria, di cui ho rispolverato una vecchia registrazione del 2008 e pubblicata durante il lockdown sulla mia pagina Bandcamp, dal titolo "Pulp Gossip". In seguito a questa "riscoperta" ci siamo ripromessi di tornare a suonare dal vivo come 10 anni fa. Il duo con Marco Colonna (si trovano due live sul mio Bandcamp) è libero, mistico, tra punk sottinteso e narrazione romantica, un duo di "improvvisazione sensoriale" per citare Daniela Floris. Il 9 marzo saremmo dovuti partire per un tour di una settimana. Speriamo di riprendercelo presto".

Tra le collaborazioni puoi vantare anche quella con Marc Ribot, storico chitarrista di Tom Waits e molto altro. Raccontaci qualche aneddoto...
"Nel gruppo Midnight Lilacs, disco omonimo per UR Records, con me al contrabbasso, Chris Speed al tenore e clarinetto, Zeno De Rossi alla batteria, registrato a New York, c'è Marc Ribot alla chitarra. Con gli aneddoti sono messo male, come per le barzellette, non li ricordo mai. Posso solo dire che Marc è una persona squisitamente e dolcemente punk, ma allo stesso tempo un professionista ineccepibile, e di rara sensibilità".

Due tuoi progetti che mi affascinano molto sono Guano Padano e il Tinissima Quartet di Bearzatti. Proseguiranno?
"Tornano entrambi. Con Guano Padano stiamo lavorando a nuove idee discografiche. Con loro sarà il mio primo concerto post lockdown. Con il Tinissima uscirà a breve il nuovo disco, registrato a febbraio, un omaggio a Zorro, che la prossima estate già porteremo in giro".

Personalmente ti definisco un musicista totale senza categorie. Ti riconosci in questa descrizione? Qual è il tuo rapporto con la musica?
"Non amo porre barriere tra generi, stili, o cristallizare i processi musicali in teche o metodi. La musica è una con milioni di sfumature. La musica è l'unico esempio di apolidia possibile, apolidia non solo geografica o culturale, ma anche emotiva".

E lo strumento? Tu suoni il contrabbasso ma anche il basso acustico ed elettrico. Raccontaci quali sono, secondo il tuo approccio, le differenze...
"Utilizzo l’uno o l’altro strumento a seconda del tipo di musica da suonare, ma tuttora non ho chiarissimo in assoluto quale tra il basso elettrico e il contrabbasso sia quello più adatto alla mia espressività. Mi piace tanto il mondo acustico e quindi del mondo in cui il contrabbasso, o il basso acustico, è più a suo agio, che quello elettrico. Devo dire che mi piace scambiare i ruoli, e i due mondi. Anche casualmente ed imprevedibilmente a volte".

Parlaci dell'esperienza El Gallo Rojo Records. Riprenderete il progetto o appartiene al passato? La prima volta che venni a Padova entrai subito in contatto con voi e devo dire che fu un incontro davvero stimolante...
"È una esperienza passata, ma la cui scia vive nel presente, e vivrà ancora nel futuro. È stato un momento di crescita umana, musicale, di amicizie, di attitudine e approccio, probabile che senza della stessa non sarei quello che sono. Una parte di me deve tanto a El Gallo Rojo".

Il nostro sito, Mellophonium.it, da sempre ha come filo conduttore il dialogo tra il jazz e le altre arti, soprattutto letteratura e cinema. So che il tema ti interessa...
"Credo che le arti siano fisiologicamente connesse. Se pensi ad una musica con un testo, alla colonna sonora di un film, alla danza, a quanto possa essere poetica un'opera architettonica, a quanto ognuna di esse, se non sempre con dialoghi diretti, possa generare indirettamente "conseguenze" in altri ambiti artistici. Non riesco a scinderle. Le varie discipline artistiche sono una sorta di associazione di mutuo soccorso e generatore di bellezza. Il jazz è solo un piccolo pezzo della matrioska che si chiama musica. E quest'ultima è quella che conta alla fine".

Chiudiamo con un gioco, anche se mi rendo conto che è difficile. Quali sono i tuoi 10 dischi da "isola deserta"?
"Impossibile, ovviamente, dare una risposta. Però, non per presunzione ma per restare con me stesso e continuare a scoprirmi, porterei miei lavori discografici, a cui aggiungerei tutto quello che posso di Erik Satie".
 
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