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Recensioni
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Recensendo [cd]: "Chants" di Craig Taborn |
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Scritto da Adriano Ghirardo
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lunedì 17 giugno 2013 |
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Craig Taborn è un musicista che, a differenza di molti colleghi, incide con parsimonia privilegiando il lato artistico a quello meramente commerciale. Infatti, pur vantando collaborazioni prestigiose con Chris Potter, David Binney e Tim Berne, che l’hanno consacrato come una delle voci pianistiche più personali dell’ultimo decennio, i titoli a suo nome sono rari. A due anni dall’avventura solitaria di “Avenging angels” è una piacevole sorpresa ritrovarlo, sempre su Ecm, a capo di un trio completato da Thomas Morgan al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria. Taborn è una figura atipica fra i pianisti afroamericani per la predilezione per atmosfere distanti dalla sua tradizione in favore di uno stile che abbina tocco accademico ad imprevedibilità ritmica. La sua musica, sfuggente e complessa ad un ascolto superficiale, necessita concentrazione da parte dell’ascoltatore e ciò è subito evidente dalla contrappuntistica “Saints” e dall’ossessivo 5/4 di “Beat the ground” che aprono il cd. La ritmica interviene sapientemente, con ottimo interplay e condivisione dei percorsi artistici del leader e compositore delle nove tracce che compongono il cd. A tratti pare di scorgere il fantasma di Paul Bley nelle ballad tese e mai banali armonicamente e forse il lavoro di Taborn, insieme a quello del sodale Stefano Battaglia, potrà servire a riscoprire un grande musicista talvolta oscurato da colleghi più virtuosi ma meno profondi.
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Recensendo [cd]: "Monk'n'roll" di Francesco Bearzatti |
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Scritto da Adriano Ghirardo
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martedì 11 giugno 2013 |
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Dopo l’omaggio alle figure rivoluzionarie di Tina Modotti e Malcolm X il Tinissima Quartet guidato da Francesco Bearzatti affronta il repertorio monkiano in occasione del trentennale dalla scomparsa del geniale pianista. Come prevedibile per un ensemble di tale livello la rilettura non ha nulla di scolastico proponendo, al contrario, una miscela fra i temi originari e la struttura di brani classici del rock anni 70 e 80. Quindi ci si trova ad ascoltare, ad esempio, una “Trinkle tinkle” abbinata alle chitarre distorte degli Ac Dc o la soave “Round midnight” sul riff di “Walking on the moon” dei Police. La pirotecnica tromba di Giovanni Falzone fa a gara con le ance del leader nel cercare nuove vie interpretative dei classici di Thelonious col supporto della rocciosa ritmica di Danilo Gallo e Zeno De Rossi. La contaminazione tra i generi, dopo “Bitches brew”, è cifra caratteristica del jazz moderno e, quindi, non ci si stupisce nell’ascoltare un sax effettato sino a sembrare la chitarra di Hendrix o passaggi di batteria serrati in stile rock. Se un dubbio scaturisce da questa riuscita incisione è dovuto al fatto che, alla lunga, il gioco mostra la corda non essendo le riproposizioni sempre degne degli augusti originali. E’ chiaro il senso del gioco che pervade questo tentativo di unire la musica della propria infanzia con quella dei maestri successivamente studiati ma i quattro ottimi musicisti hanno dimostrato con altre incisioni di aver trovato una via personale che li ha portati ad essere considerati uno dei gruppi più convincenti del panorama italiano contemporaneo.
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Recensendo [cd]: "Live at Village Vanguard" di Enrico Pieranunzi |
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Scritto da Adriano Ghirardo
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martedì 04 giugno 2013 |
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Chiunque abbia una minima nozione sull’arte musicale afroamericana conosce l’importanza simbolica del Village Vanguard di New York nell’ospitare incisioni live dei massimi esponenti del genere. Quindi il fatto che il nostro Enrico Pieranunzi aggiunga, primo fra gli italiani, il proprio nome a questo lungo elenco è fonte di orgoglio per l’intero movimento jazzistico nazionale. Ad aggiungere spessore a quella serata dell’estate del 2010 l’ennesimo incontro con Marc Johnson ed il compianto Paul Motian che di quella storia sono parte non trascurabile. Approfittando di una collaborazione, seppur saltuaria, che dura da una ventina di anni i tre si muovono agevolmente tra composizioni originali del pianista e standards. Il lirismo di radice evansiana, ormai metabolizzato sino a diventare cifra stilistica personale, si mescola a robuste e moderne improvvisazioni supportate alla perfezione dalla sezione ritmica. Nulla da eccepire sulle composizioni che, citando la particolarmente riuscita “Pensive fragments”, si configurano come momenti di rilassata riflessione musicale. Ottimo il 3/4 di "Fellini’s waltz" che, insieme alla riproposizione del tema di “La dolce vita”, testimonia l’amore mai nascosto e già omaggiato per la musica di Nino Rota e le riletture di “I mean you” e di una “My funny Valentine” che il pianista romano frequenta dalla collaborazione con Chet Baker dei tardi anni 80. Con questa incisione Pieranunzi si conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, come uno dei massimi esponenti mondiali del proprio strumento.
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Recensendo [cd]: "Time travel" di Dave Douglas |
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Scritto da Adriano Ghirardo
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mercoledì 22 maggio 2013 |
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Seguire la discografia di Dave Douglas è come entrare in un caleidoscopio di colori e situazioni musicali differenti. Infatti il trombettista, figura chiave del jazz contemporaneo, alterna con frequenza e gran facilità progetti acustici ed elettrici con formazioni ed intenzioni diverse. Con questo “Time travel” propone il New Quintet completato da Jon Irabagon al sax tenore, Matt Mitchell al piano, Linda Oh al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria in una session del miglior jazz odierno. Se nel precedente “Be still” la presenza di Aoife O’ Donovan alla voce aveva limitato gli spazi strumentali ad una formazione che dava, comunque, segni di maturità oggi il free blowing si alterna alle sapienti trame composte dal leader. Douglas riesce a mettere tutti d’accordo proponendo una musica moderna ma swingante, complessa ma godibile e priva di sterili intellettualismi. Può goderne, dunque, chi cerca nuove armonie che non dimentichino gli insegnamenti del passato e la citazione di "Epistrophy" nel solo di Irabagon sull’ iniziale “Bridge to nowhere” sta a dimostrarlo. Difficile segnalare brani in particolare in una incisione di ottimo livello e caratterizzatra da una cifra stilistica unitaria. Quindi mettetevi comodi ad ascoltare: è tempo di viaggiare.
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Recensendo [cd]: "This just in" di Gilad Hekselman |
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Scritto da Adriano Ghirardo
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martedì 14 maggio 2013 |
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Ogni incisione di Gilad Hekselman aggiunge qualche tassello in grado di trasformarlo in uno dei capiscuola del chitarrismo contemporaneo. Se, infatti, il suo talento era evidente già dall’esordio del 2006 con “Split life” ci sono voluti anni di lavoro per ottenere, finalmente, una voce sicuramente riconoscibile rispetto ai colleghi di strumento. Il suo gruppo è rimasto stabile negli anni ed il rapporto col contrabbasso di Joe Martin e la batteria di Marcus Gilmore risulta, a tratti, telepatico mentre il sax tenore di Mark Turner va ad arricchire la tavolozza in tre brani. Le composizioni di Gilad si distinguono per cantabilità caratterizzandone lo stile come una sorta di compromesso fra le melodie methenyane e le innovazioni armoniche di Rosenwinkel. Da ricordare l’iniziale “Above”, che alterna dolcezza tematica e sviluppi nervosi, la title track, in cui il leader fa a gara con Turner nello sviscerare le complessità armoniche di un brano che si candida a diventare uno standard del nuovo jazz newyorkese, e l’acustica “Dreamers”. Una serie di cinque brevi frammenti sonori ("Newsflash") punteggia il disco annunciando suggestioni musicali poi non sviluppate mentre risulta una piacevole sorpresa la rilettura di “Nothing personal” di Don Grolnick e la versione in 5/4 del classico pop anni '80 “Eye in the sky” di Alan Parson. Un musicista maturo può permettersi di inglobare nel proprio mondo musicale anche materiali così differenti senza perdere unità stilistica.
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