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Auguri a Fabrizio De André, ecco la mia "prima volta" con Faber
Scritto da Marco Scolesi   
domenica 18 febbraio 2018
Il 18 febbraio Fabrizio De André, o Faber (soprannome coniato dall'amico di infanzia Paolo Villaggio), per molti il più grande cantautore italiano di sempre, appartenente alla scuola genovese, festeggiava il suo compleanno. Probabilmente senza troppi clamori, con pochi amici e con Dori Ghezzi, nella quiete della sua tenuta agricola in Sardegna, all'Agnata, a circa 12 km da Tempio Pausania. In questo articolo, che per una volta non sarà dedicato al jazz (anche se a Genova negli anni '60 si respirava, poiché molto ascoltato da Luigi Tenco o Gino Paoli), vorrei porgere i miei auguri postumi all'artista genovese, diventato per più generazioni un simbolo dei movimenti anarchici e pacifisti e delle istanze degli ultimi, degli sconfitti e degli emarginati. Appassionato lettore di Max Stirner e Michail Bakunin, dei poeti francesi, di Alvaro Mutis e dei "Vangeli apocrifi", considerava Gesù di Nazareth un vero rivoluzionario, un uomo in carne e ossa, come poi esposto nell'album "La buona novella" (uno dei capolavori insieme a "Creuza de ma"): "Quando ho scritto l'album - disse - non ho voluto inoltrarmi in strade per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia. Poi ho pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l'uomo da quando ha messo piede sulla terra". O ancora: "Io mi ritengo religioso e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché, secondo me, l'equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a ricercare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri". Da quando Faber è morto, l'11 gennaio 1999 (era nato a Genova nel 1940), si sono susseguiti omaggi, iniziative e progetti (vi invito a diffidare da quelli che non hanno il patrocinio della Fondazione Fabrizio De André, coordinata dalla moglie Dori Ghezzi). Sono moltissimi, tra questi però vi segnalo un'operazione editoriale decisamente originale, "La mia prima volta con Fabrizio De André", curata da Gipo Anfosso e Daniela Bonanni. In sostanza è stato chiesto a musicisti, scrittori, artisti e giornalisti di ricordare il loro primo incontro con Faber. Il primo volume è già uscito per Ibis Edizioni e il secondo è in lavorazione, anche se è già stato creato un blog dove è possibile leggere alcuni contributi in anteprima. Ecco quello che è stato chiesto al sottoscritto.

"La mia prima volta con Fabrizio De André"

Avevo 20 anni e stavo per incontrare Fabrizio De André, uno dei miei punti di riferimento musicali e non solo. Lo è ancora oggi, che di anni ne ho 47 e ascolto jazz e musica sinfonica e, anche grazie a Faber, pratico la poesia e la ricerca di un sogno anarchico, di libertà. All'epoca lavoravo nel negozio di dischi Popoff di via Gaudio a Sanremo e l'anno prima, il 1990, era uscito l'album "Le nuvole" di Fabrizio De André. Lo adoravo, un disco splendido e intenso, come tutta la discografia di Faber. E quindi stavo attendendo il tour per andare ad applaudirlo. L'occasione arrivò nel 1991, al Teatro Ariston. Acquistai un biglietto di prima fila e ci andai con il mio amico "Dima". Un concerto indimenticabile, ricordo che cantai soprattutto le canzoni di "Creuza de ma", album che per un ligure legato alle sue radici significa molto. Purtroppo non ci fu l'occasione per conoscere il cantautore genovese, anche se era solo l'inizio di un "rapporto". E infatti alcuni anni dopo, nel 1997, si presentò una seconda occasione. Nel frattempo ero diventato un giornalista di cultura e spettacoli e mi fu consentito di partecipare alle prove del tour "Anime salve", sempre all'Ariston. Dopo le prove (l'emozione fu fortissima durante i brani de "La buona novella") andai nel dietro le quinte e nel camerino trovai Fabrizio, finalmente di fronte a me. Mi strinse la mano e mi salutò, io mi presentai con discrezione. Ero al corrente della sua ritrosia, soprattutto sapevo che non rilasciava interviste. Era in compagnia del tastierista Mark Harris, stavano bevendo un po' di vino bianco, una sorta di aperitivo. Avevo, in ogni caso, preparato delle domande per un'intervista ipotetica che poi, ovviamente, per rispettare la loro intimità, non feci. Fu bellissimo così, e il concerto alla sera fu ancora più emozionante. Poi ci fu ancora un incontro al Club Tenco, sempre nel 1997. Fernanda Pivano, con la quale aveva realizzato "Non al denaro non all'amore né al cielo" sui versi dell'Antologia di Spoon River, lo premiò proprio per "Anime salve". Ricordo che, prima di andare via, e mi colpì non poco per l'umanità, dietro le quinte volle stringere la mano a tutti i tecnici e ai "camalli" del service. Preferiva stare con le persone semplici e gli amici cari, la borghesia l'aveva rifiutata da ragazzo. Infine, l'ultimo incontro a Dolceacqua grazie a Roberto Coggiola, che ideò la rassegna "Musica sotto il Castello". Era il mese di agosto del 1998. Durante le prove Roberto mi disse: "Fabrizio non sta molto bene, ha un po' di mal di schiena, è affaticato". Purtroppo erano i primi sintomi del male incurabile che lo portò alla morte nel gennaio del 1999. Quando appresi la notizia rimasi senza parole e ancora oggi sento la sua assenza, peraltro incolmabile. Eppure aveva un grosso difetto, e lo dico da sampdoriano. Faber era genoano, in fondo "nessuno è perfetto". Eppure secondo me, a prescindere dalle bandiere, De André dev'essere considerato un patrimonio dell'umanità, come i monumenti dell'Unesco. Certamente se n'è andato via troppo presto e a volte penso a lui, ascolto i suoi dischi e la sua voce calda e ferma. Per consegnare a me stesso "una goccia di splendore".
 
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