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giovedý 09 aprile 2020
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COVID-19: jazz in lutto, morti Ellis Marsalis, Wallace Roney, Manu Dibango e Bucky Pizzarelli
Scritto da Marco Scolesi   
venerdý 03 aprile 2020
Il mondo del jazz è stato tra i primi a mobilitarsi contro il Coronavirus. In Italia pensiamo alle molte iniziative sui social network (soprattutto guidate o coordinate da Paolo Fresu), molte altre sono nate e stanno nascendo in tutta Europa e ovviamente negli Stati Uniti, dove la musica afroamericana è nata e si è sviluppata. Eppure anche il jazz sta pagando a caro prezzo la diffusione del virus e ora, in pieno stato di emergenza sanitaria, inizia a contare le prime vittime: tra queste Ellis Marsalis, Wallace Roney, Manu Dibango e Bucky Pizzarelli.

ELLIS MARSALIS

Ellis Marsalis, deceduto a 85 anni dopo essere stato contagiato dal Coronavirus, era il patriarca di una delle famiglie più jazz d'America. Era un pianista molto raffinato e soprattutto un insegnante molto amato e stimato: a New Orleans, la sua città, dove era nato il 14 novembre 1934, era praticamente un mito. Nonostante avesse in carriera collaborazioni di altissimo livello, dal quintetto dei fratelli Cannonball e Nat Adderley a David Fathead Newman, il mondo lo ha scoperto negli anni 80 quando i suoi figli Wynton e Branford sono esplosi grazie all'ingaggio con i Jazz Messengers di Art Blakey. "Mio padre è stato un gigante della musica e un insegnante, ma anche un grande papà che ha messo tutto se stesso per farci diventare quello che siamo". Lo ricorda così Branford, sassofonista che, insieme ad Omar Hakim, Darryl Jones e Kenny Kirkland fece parte del gruppo che accompagnò Sting nel tour "Bring on the night". Wynton, trombettista, personaggio più freddo del fratello e attuale della Lincoln Center Jazz Orchestra, su Twitter ha pubblicato questo epitaffio: "Ellis Marsalis, 1934-2020. E' morto come viveva: accettando la realtà". Ellis Marsalis aveva sei figli: quattro sono musicisti, oltre a Wynton e Branford, ci sono Delfeayo, trombonista e produttore, e Jason, batterista. Poi c'è Ellis III che è un poeta. Non ha mai sofferto del fatto di aver conquistato una notorietà internazionale in quanto "padre di": anzi ha registrato diversi titoli sia con i vari figli (il più noto è "Fathers and sons") sia con tutta la famiglia. Era anche un intellettuale che considerava l'insegnamento musicale come una parte di un processo formativo più ampio, che comprendeva anche altre discipline come la storia e la filosofia. Tra i suoi amici più cari Eddie Blackwell, anche lui di New Orleans, batterista destinato a diventare famoso con Ornette Coleman e Dewey Redman con il quale negli anni 50, insieme al clarinettista Alvin Baptiste, altro grande innovatore e insegnante, ha animato un quintetto che anticipava le soluzioni del jazz più moderno. Le "case" di Ellis Marsalis erano il New Orleans Center for Creative Arts e la University of New Orleans dove ha insegnato per decenni trasmettendo un pensiero: conoscere a fondo la tradizione per arrivare a un linguaggio espressivo personale attraverso il superamento degli schemi consueti o imposti.

WALLACE RONEY

Wallace Roney, 59 anni, l'unico trombettista protetto da Miles Davis, è morto nei giorni scorsi per complicazioni legate al Coronavirus presso il Saint Joseph's University Medical Center di Paterson, nel New Jersey. Il jazzista, nato a Philadelphia il 25 maggio 1960 era cresciuto con Clark Terry, Woody Shaw e Dizzy Gillespie, prima di essere accettato alla corte dei Miles Davis dal 1960 in poi. Suo riconosciuto maestro, gli doveva lo stile e l'approccio creativo alla musica e alla vita. Grazie a quell'apprendistato, Roney all’inizio degli anni Novanta è arrivato a suonare contemporaneamente con due capiscuola, i batteristi Art Blakey e Tony Williams. Ha inciso una ventina di album, compreso il più recente "Blue dawn blue nights", uscito l'anno scorso per la HighNote Records. Ha vinto un Grammy Awards nel 1994, in compagnia dei reduci del quintetto di Miles Davis - Herbie Hancock, Wayne Shorter, Tony Williams e Ron Carter - per "A tribute to Miles". Ha suonato con Chick Corea, Lenny White, Gary Bartz, Pharoah Sanders, Ornette Coleman, Michael Brecker e Geri Allen, sua ex moglie, scomparsa nel 2017. Roney aveva maturato uno stile personale, con un fraseggio brillante sulle progressioni con le quali amava creare tensioni usando accordi fuori tonalità. Nella sua evoluzione aveva trovato tempo per svolte funky e fusion, proprio come Miles Davis. Perfino un incontro con il dj Val Jeanty. Nel 2014 aveva portato sul palco, con un'orchestra di 19 elementi, musiche composte da Wayne Shorter durante la sua esperienza nel quintetto di Miles Davis. Noi del Mellophonium.it lo ricordiamo in un ispirato concerto dedicato a "Bitches brew" che tenne nel 2011 a Jazz a Juan con Bennie Maupin e Buster Williams.

MANU DIBANGO

Manu Dibango, sassofonista nato in Camerun, è morto a causa del Coronavirus a Parigi, dove era ricoverato da alcuni giorni. Era uno dei padri della musica africana contemporanea. Aveva 86 anni. Sviluppò uno stile fusion che fonde contaminazioni jazz, soul e funk con la musica tradizionale camerunense. Apparteneva al gruppo etnico Yabassi, la madre era invece di etnia Duala. Dibango collaborò con molti artisti del panorama della world music, del pop, del jazz e dell'afrobeat fra cui Fela Kuti, Herbie Hancock, Bill Laswell, Bernie Worrell, Ladysmith Black Mambazo, Sly and Robbie, Eliades Ochoa e Jovanotti, che proprio in questi giorni lo ha ricordato. Realizzò una vasta discografia personale includente quello che i critici e il pubblico considerano il suo lavoro più riuscito, "Soul Makossa", le cui note esplosero nelle notti estive del Nice Jazz Festival per diverse volte.

BUCKY PIZZARELLI

John Paul "Bucky" Pizzarelli (Paterson, 9 gennaio 1926-New Jersey, 1 aprile 2020) è stato un chitarrista, padre del chitarrista John Pizzarelli e del bassista Martin Pizzarelli. Ha collaborato con Les Paul, Stephane Grappelli, Benny Goodman e altri artisti. È stato considerato una leggenda nell'ambito della musica jazz e swing, il suo stile è associabile a quello di chitarristi come Django Reinhardt o Freddie Green, da cui prese ispirazione. E' morto l'1 aprile, a causa di complicazioni derivanti dal Coronavirus, contratto durante la pandemia.
 
COVID-19: Iorestoacasa e Velesuoniamo, il jazz italiano guidato da Fresu si mobilita contro il virus
Scritto da Marco Scolesi   
venerdý 20 marzo 2020
In tutta Italia i musicisti (di ogni genere, dal rock al pop, dalla canzone d'autore al jazz) si stanno mobilitando per arginare l'emergenza sanitaria del Coronavirus. Si moltiplicano, così, flash mob "a distanza" promossi sui social. Un modo per sentirsi vicini nonostante le limitazioni imposte per evitare il contagio. Anche il mondo dello spettacolo e della musica quindi sta facendo sentire la sua voce. All'insegna di #Iosuonodacasa gli artisti hanno voluto rendere testimonianza ed essere solidali con la situazione di crisi che sta vivendo in nostro paese. Tra i primi musicisti ad aderire a queste iniziative, il trombettista jazz Paolo Fresu che in un video, postato sulla sua pagina Facebook, invitava il paese a restare a casa. Sulla stessa linea anche il suo collega Fabrizio Bosso, che con la sua tromba ha suonato l'Inno di Mameli dal balcone. Tutte le iniziative si possono trovare sui vari social all'hashtag #Iosuonodacasa. Fresu inoltre, da sempre sensibile al sociale, ha chiamato a raccolta tutto il mondo del jazz, ma anche tutti i professionisti del settore musicale e gli appassionati, per la petizione #Velesuoniamo avviata con Ada Montellanico (cantante jazz) e Simone Graziano (pianista jazz), entrambi alla guida di realtà associative composte da centinaia di musicisti (Ijvas e Midj). Lo scopo è quello di creare un focus sulla perdita di almeno 10 miliardi di euro (almeno per ora) nel settore. Contestualmente Fresu e soci hanno ribadito al Governo di rivalutare un settore spesso poco valorizzato o tutelato. La petizione #Velesuoniamo è su Change.org e intende anche, una volta esaurita l'emergenza, ripartire dal "buco" di questi giorni per ridisegnare i diritti e i doveri di tutto un settore, quello della musica appunto. "La musica in questo momento è occasione di incontro e di coesione e i flash mob rappresentano un momento corale bellissimo - ha detto Fresu all'Agi - e trovo che sia una delle tante bellezze del nostro paese. L'Italia sta rispondendo in maniera straordinaria a questo difficile momento che sta attraversando. Ed è proprio ora che bisogna dimostrare la forte coesione che caratterizza tutti i musicisti italiani, nonché raccontare l'incidenza della musica sulla realtà artistica e culturale italiana". Poi ha aggiunto: "Dobbiamo però uscire da questa crisi con una nuova visione della professione del lavoratore dello spettacolo. E' importante reimpostare il principio dei lavoratori dello spettacolo affinché chiusa la crisi ci possa essere una condizione diversa rispetto al passato e al presente. In Francia ad esempio gli intermittenti dello spettacolo godono di attenzione e di protezione da diversi decenni. E' fondamentale che, una volta risolta la crisi del Coronavirus, non rimangano irrisolti i problemi degli artisti e dei lavoratori dello spettacolo che, anche in questo momento di inattività, si sforzano di stare vicino agli italiani". Infine Fresu ha argomentato: "L'industria culturale italiana è uno dei settori più importanti del nostro paese e una bella fetta della crisi attuale, in cui il turismo si è ridotto dell'80%, è legata alla chiusura dei teatri dei musei. In una condizione come questa in cui la musica si propaga nell'aria come il virus, la nostra petizione vuole mostrare un lato estremamente debole di tutto l'apparato dello spettacolo, fatto di figure a cui non è riconosciuta la propria professione. Parlo di centinaia di migliaia di persone che hanno partita Iva e contribuiscono allo stato sociale come tutti, ma a differenza degli altri, non hanno nessun tipo di ammortizzatore. L'artista è abbandonato a se stesso".
 
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