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domenica 14 giugno 2026
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Laigueglia: la 30a edizione del Percfest dal 17 al 21 giugno. Attesi Gurtu, Grissett e Bosso
Scritto da Marco Scolesi   
venerdì 05 giugno 2026
LAIGUEGLIA - Ci siamo. Anche quest'anno l'estate dei festival viene aperta dal Percfest di Laigueglia, in programma dal 17 al 21 giugno. Del Percfest - diretto, ideato e organizzato da Rosario Bonaccorso con il Comune di Laigueglia - fanno parte il Memorial Naco-International Percussion e il Jazz Festival. "Grandi novità in arrivo per la 30a edizione del nostro festival", ha scritto su Facebook lo stesso Bonaccorso, contrabbassista jazz e fratello di Naco. Ma vediamo il programma dell'edizione 2026 del festival. Tra i nomi di spicco troviamo Trilok Gurtu, Danny Grissett e Fabrizio Bosso.

IL FESTIVAL JAZZ 2026

Terrazza Giuseppe Giuliano. Mercoledì 17 giugno: ore 21.30 Masumy Ormandy e The Italian Jazz Stars 6tet (con Dado Moroni, Emanuele Cisi e Fulvio Sigurtà); ore 22.30 Trilok Gurtu e Carlo Cantini. Giovedì 18 giugno: ore 21.30 Koro Almost Brass "La musica di Thelonious Monk e Kurt Weill" (con Fulvio Sigurtà); ore 22.30 Danny Grissett Trio "Travelogue". Venerdì 19 giugno: ore 21.30 More of Les-Tributo a Les Mc Cann (con Dado Moroni e Alberto Marsico); ore 22.30 Rosario Bonaccorso "Travel Notes 4tet" con Fabrizio Bosso e Andrea Pozza. Sabato 20 giugno: ore 21.30 Roberto Tarenzi Trio "My inspiration-Tributo ad Ahmad Jamal"; ore 22.30 Enzo Pietropaoli Yatra Quartet "we love Chet Baker" (serata in collaborazione con Jando Music). Domenica 21 giugno: ore 21.30 The Percfest Percussion's Reunion "Dedicato a Naco"; ore 22.30 Roberto Gatto 5tet "Tribute to Miles Davis 100". Inoltre non mancheranno le mostre e le immancabili jam sessions notturne nel locali del borgo.

MEMORIAL NACO

Percfest è noto anche per il Memorial Naco, ovvero i corsi pomeridiani gratuiti di batteria e percussioni, dedicati alla memoria del grande percussionista Giuseppe Naco Bonaccorso, scomparso a soli 35 anni, nel 1996. Corsi, seminari e workshop gratuiti per divulgare la cultura delle percussioni hanno reso unico il Percfest nel panorama dei festival jazz, e questo grazie alla partecipazione di docenti del calibro di Billy Cobham, Giovanni Hidalgo, Mino Cinelu, Tullio De Piscopo, Hamid Drake, John Fansworth, Jimmy Cobb, Ellade Bandini, Roberto Gatto, André "Dedé" Ceccarelli, Christian Meyer, Walter Calloni, Giorgio Palombino, Gilson Silveira e molti altri famosi maestri di batteria e percussioni. 

UNA FESTA IN MUSICA DAL 1996

ll Percfest di Laigueglia è una festa della musica, nata nel 1996. Sul palco a pochi metri dal mare, in questi trent´anni hanno suonato tantissimi musicisti di livello internazionale, italiani, europei e americani come, solo per citarne alcuni, Benny Golson, Kenny Barron, Archie Sheep, Steve Grossman, Tom Harrell, Lee Konitz, Enrico Rava, Paolo Fresu, Jeremy Pelt, Sheila Jordan, Norma Winstone, Gino Paoli, Stefano Bollani, Franco D'Andrea, Danilo Rea, Dado Moroni, Sergio Cammariere, Danny Grissett, George Cables, Toninho Orta, Irio De Paula, Elio e le Storie Tese.

Prevendite al sito Percfest.it e Ciaotickets.com.
 
Se n'è andato a 95 anni Sonny Rollins, il Colosso del Jazz. Un doppio ricordo
Scritto da Marco Scolesi   
giovedì 28 maggio 2026
Ho ascoltato dal vivo Sonny Rollins in diverse occasioni, soprattutto in Costa Azzurra. Concerti memorabili, indimenticabili, trascinanti, che resteranno per sempre nella mia memoria, soprattutto quello del 2012 a Juan Les Pins. E poi grazie a lui e ai suoi dischi mi sono formato come appassionato/ascoltatore di jazz. Non gli sarò mai abbastanza grato: "A Night at the Village Vanguard" (Blue Note) resterà per sempre uno dei dischi del cuore. Sonny era uno degli ultimi giganti del sax dell'era Be Bop. Si è spento a 95 anni, nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York. Da tempo era costretto a restare in casa a causa di una fibrosi polmonare. Rollins lascia un'eredità artistica monumentale che ha influenzato intere generazioni di musicisti, accanto a figure del calibro di Charlie Parker e John Coltrane.

Nato ad Harlem il 7 settembre 1930 come Walter Theodore Rollins, crebbe in una famiglia fortemente legata alla musica: il padre suonava il clarinetto, il fratello il violino e la sorella il pianoforte. Dopo i primi studi al pianoforte, a undici anni rimase affascinato dal sassofono. Inizialmente scelse l'alto, per poi passare al sassofono tenore sotto l'influenza del suo idolo, Coleman Hawkins. Ancora giovanissimo, Rollins venne introdotto nel mondo delle registrazioni da Bud Powell e Miles Davis, per il quale compose brani storici come Oleo e Airegin, prima di entrare nella formazione di Thelonious Monk.

La sua carriera subì una drammatica battuta d'arresto nei primi anni Cinquanta a causa della dipendenza dall'eroina, che lo portò anche a scontare due periodi di detenzione per rapina a mano armata e violazione della libertà vigilata. Nel 1954 scelse di disintossicarsi in una struttura sanitaria a Lexington, nel Kentucky - periodo che coincise con un profondo cambiamento interiore. Al suo ritorno sulle scene musicali a Chicago, si unì al quintetto di Max Roach e Clifford Brown. Nel 1956 incise “Saxophone Colossus”, un album fondamentale contenente “St. Thomas”, brano ispirato al calypso che richiamava le origini dei suoi genitori, nativi delle Isole Vergini americane.

Negli anni successivi, Rollins sperimentò la formula del trio senza pianoforte in album storici come “Way Out West” e “A Night at the Village Vanguard”. Refrattario alle pressioni del successo commerciale, nel 1959 decise di ritirarsi temporaneamente dalle scene. Per oltre due anni si isolò a esercitarsi anche quattordici o quindici ore al giorno sulla passerella pedonale del ponte di Williamsburg, a New York. Da questo celebre isolamento nacque nel 1962 l'album “The Bridge”, un lavoro che spinse la sua tecnica improvvisativa verso nuovi vertici espressivi.

Nel corso degli anni Sessanta Rollins continuò a evolversi, misurandosi con le innovazioni del Free Jaz. Un soggiorno in Giappone e in India lo portò a scoprire il Buddhismo e lo Zen, determinando un nuovo allontanamento dalle scene fino ai primi anni Settanta. Al suo ritorno ottenne una borsa di studio Guggenheim e iniziò a esibirsi nelle grandi sale da concerto. Nel 1981 collaborò anche con i Rolling Stones, registrando tre assoli per l'album “Tattoo You”. Tenne gli ultimi concerti nel 2012 e poi smise di suonare nel 2014. 

A seguire due ricordi con aneddoti personali del chitarrista Adriano Ghirardo e del fotografo Umberto Germinale, firme storiche del Mellophonium.it.


ADRIANO GHIRARDO: "NON FERMARE IL CARNEVALE"

Quando se ne va un Colosso del jazz come Sonny Rollins sono due i sentimenti contrastanti: la tristezza per la sua dipartita e la fortuna di aver condiviso le emozioni che la sua musica ha saputo creare in una lunga e splendida carriera in cui ha ridefinito il suono e il fraseggio del sax tenore restando punto di riferimento per molti musicisti odierni. Tra le occasioni in cui l'ho visto esibirsi dal vivo voglio ricordare il concerto al Teatro Carlo Felice di Genova del 13 novembre del 1996 e quello al Nice Jazz Festival del 25 luglio 2009. L'atmosfera un po' ingessata del teatro genovese, poco avvezzo ad esibizioni jazz, è durata poco grazie al turbinio di note del sax di Rollins che, per tre ore, ha intrattenuto un pubblico via via più partecipe. Che fossero gli amati standards, dilatati in durata e reinventati grazie alle sue torrenziali improvvisazioni, o le suggestioni caraibiche che non sono mai mancate nella sua carriera a partire dalle classiche “St. Thomas” e “Don't stop the Carnival” Rollins ha trascinato un gruppo di comprimari in cui brillava il piano di Stephen Scott e il trombone del nipote Clifton Anderson. La chiusura, con la struggente versione di “In a sentimental mood”, ha concesso al fido Bob Cranshaw, compagno di un'intera carriera, l'unico intervento solistico della serata. 

Quando lo rividi tredici anni dopo al festival francese la situazione era sicuramente differente. Rollins, abituato a calcare il palco di Juan Les Pins, regalò agli appassionati della Costa Azzurra una sua rara esibizione nella serata conclusiva di un festival che prevedeva, in quello stesso giorno, i concerti del trio di Kurt Rosenwinkel e del quartetto di Charles Lloyd. Dopo aver assistito allo Standards Trio del chitarrista statunitense ed essermi complimentato con lui ho raggiunto velocemente il palco sul quale si esibiva il grande Sonny con formazione simile a quella del decennio precedente (ricordo in particolare la chitarra di Bobby Broom al posto del pianoforte). Nel breve tragitto tra i due palchi Rosenwinkel venne raggiunto dalla sua compagna che gli propose di andare a mangiare qualcosa. Ricordo la reazione molto seria di Kurt che rispose: “No, prima voglio ascoltare il Maestro”. 

Sono convinto che una persona come Rollins che ha saputo coniugare rigore e libertà espressiva, amore per la tradizione e voglia di superarla (non dimentichiamo la collaborazione con Don Cherry) sarebbe il primo a dirci di dimenticare la tristezza e di “non fermare il Carnevale”.

UMBERTO GERMINALE: "GRANDE SONNY, MA SOPRATTUTTO GRAZIE!"

La prima volta che ascoltai dal vivo e fotografai Theodore “Sonny” Rollins fu nel settembre del 1983 ad Alassio, in Liguria. Il Festival del Jazz di Alassio, a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80, rappresentava, con la sua collocazione settembrina, la chiusura della stagione estiva dei festival jazz locali ed aveva sempre in cartellone artisti di eccellente qualità. Ero poco più che ventenne e andai ad Alassio in moto insieme all’allora mia ragazza, attuale compagna di vita, e del solito gruppetto di amici appassionati, tra cui l’immancabile Giorgio Bottini con famiglia. Conservo un ricordo bellissimo di quella serata di fine estate e, naturalmente, del concerto di Rollins. Avevo iniziato da poco a fare fotografie ai concerti e ricordo che quella sera scattai qualche rullino in bianco e nero. Non mi sembrava vero poter fotografare il grande Sonny Rollins senza troppi problemi. Già, perché un tempo non c’erano tutte le difficoltà che esistono oggi (ma nemmeno tutti i fotografi che oggi stazionano sotto il palco dei vari festival e concerti). Il giorno dopo portai subito a sviluppare i rullini in un laboratorio locale. Ancora non sviluppavo, ma iniziavo a stampare da me le foto. Quando andai a ritirare i negativi mi trovai una bruttissima sorpresa. Il titolare del laboratorio, con aria sconsolata e rammaricata, mi disse che aveva sbagliato i tempi di sviluppo o, meglio, si era dimenticato le pellicole nel bagno di sviluppo della tank. Ci rimasi malissimo. Chiesi, ingenuamente, cosa si potesse fare per rimediare, per far apparire le immagini su quelle strisce di cellulosa. Ovviamente nulla. Mi resi conto allora che tutto era andato perduto. Le immagini di un bellissimo concerto di uno dei giganti del Jazz svanite per sempre! Avrei avuto un'altra occasione per vedere, ascoltare e fotografare il mitico Saxophone Colossus?

Passato il momento di rabbia e sconforto pensai due cose. La prima, che non avrei mai più dato rullini in bianco e nero a sviluppare in laboratori, ma mi sarei attrezzato per farlo da me, così che, in caso di errore, me la sarei presa solo con me stesso; la seconda, che volevo comunque avere almeno una foto di quel concerto per conservarne il ricordo. Mi ricordai di avere visto, tra i fotografi della serata, il giornalista e collaboratore di Musica Jazz Giancarlo Roncaglia di Torino, che conoscevo come “firma” ma non personalmente. Provai a scrivergli una breve lettera nella quale, oltre a presentarmi, gli spiegavo l’accaduto e gli chiedevo la cortesia di un paio di foto di Rollins, ovviamente a pagamento. Dopo qualche giorno ricevetti una busta con due stampe 18x24 rigorosamente in bianco e nero e due righe di accompagnamento in cui Roncaglia mi porgeva cordiali saluti specificando di non volere alcun compenso. Un piccolo grande gesto che non dimenticherò.

Col tempo svanirono anche i timori di non avere più l’opportunità di vedere, ascoltare e fotografare Rollins. Infatti, nel corso degli anni, ho avuto molte occasioni per farlo, almeno una decina, in svariati festival o singoli concerti, ed ho avuto anche il piacere di scambiare qualche parola con lui e di stringergli la mano. Conservo due ricordi in particolare. Il primo. Nel 1987 andai ad ascoltarlo a Juan Les Pins, al Jazz a Juan, uno dei più longevi jazz festival d’Europa. Il ricco cartellone della serata prevedeva il Pat Metheny Group e, a seguire, Sonny Rollins. Arrivato nel pomeriggio alla “Pinede”, assistetti alle prove del gruppo di Metheny e scattai qualche foto, una delle quali finì sulla copertina della rivista Jazz. Alla sera si svolsero i concerti e, purtroppo, a causa di problemi tecnici, quello di Rollins slittò ad un’ora indecente. Ma, ovviamente, nulla e nessuno poteva mettersi contro quella “prima volta”! Portai a casa discreti scatti del concerto e, una volta sviluppate le pellicole, ne inviai qualcuno alla rivista Musica Jazz e, per conoscenza, a Giancarlo Roncaglia. Non ne ebbi nessun riscontro. Ma un giorno di agosto del 1990 andai in edicola a comprare la rivista e, con molto stupore ed altrettanto piacere, vidi che la copertina del disco allegato, dedicato a Rollins, era una mia foto del Saxophone Colossus scattata al concerto di Juan del 1987.

Il secondo ricordo, che conservo con molto piacere, risale all’edizione del Monte Carlo Jazz Festival del 2007, del quale ero fotografo ufficiale insieme all’amico francese Jean Francois Ferrandez. La sera del 29 novembre era in cartellone il concerto di Sonny Rollins e, come sempre, andai in teatro nel pomeriggio per seguire le prove. Dopo un breve passaggio nei camerini ed un fugace incontro e foto con Bob Cranshaw (fido bassista di Rollins da tempo) andai in sala. Il gruppo stava ultimando i suoni e Rollins stava cercando e provando alcune ance per l’imboccatura. Si respirava un clima tranquillo e rilassato: tutti erano a proprio agio, i tecnici, i pochi autorizzati ad essere presenti e, naturalmente, i musicisti. Pur sapendo che, per un musicista, non è quasi mai cosa gradita essere disturbato mentre si iniziano le prove, mi armai di coraggio e faccia di bronzo ed andai a salutare Rollins. L’occasione non si sarebbe ripetuta tanto facilmente. Come spesso accade, i grandi artisti sono i più disponibili a scambiare due parole e farsi fare due foto in situazioni come quella: così fu con Rollins. Una stretta di mano, due chiacchiere e la mia richiesta per un paio di foto con lo sfondo della Salle Garnier di Monaco venne accolta di buon grado. Il tutto per una manciata di piacevoli minuti. Subito dopo il gruppo iniziò le prove e Rollins attaccò con un classico blues in scaletta (Tenor Madness). Suonò, si fermò, fece segno al gruppo di continuare, riprese come un fiume in piena per circa mezz’ora. Poi cambiò brano e fu la volta della ballad "In a sentimental mood", altro classico, e via ancora in un fluire di note e di frasi che uscivano dal sax regalando ai pochi e fortunati presenti un mini concerto indimenticabile. Finite le prove Rollins e i musicisti si allontanarono, si spensero le luci, si svuotò la sala. Tutto era pronto per il concerto serale.

La sera di martedì 17 luglio 2012, per la prima volta mi sono commosso ad un concerto di jazz. Voglio dire che, oltre a sentire quel qualcosa dentro che parte dalla bocca dello stomaco per pervadere tutto il corpo e trasformarsi in brivido, mi sono ritrovato a versare qualche lacrima, magari con un ingiustificato senso di vergogna (ma vergogna di che?) o, per meglio dire, di imbarazzo. Sonny Rollins, 82 anni, è salito sul palco di Juan Les Pins camminando a fatica, un po' curvo e con una pronunciata zoppia dovuta ai suoi problemi all'anca. I capelli, che solitamente portava corti, tirati indietro e acconciati, erano lasciati crescere in “libertà”, pronti a sfidare le serate on stage all'aperto. La camminata incerta lo ha portato al centro del palco, davanti al gruppo che, da anni, lo accompagna. Ha dato l'attacco ed ha iniziato a soffiare nel sax. Nonostante i suoi problemi nel muoversi, non riusciva a stare fermo in un punto preciso, camminava avanti e indietro alzando ed abbassando il suo strumento. 

Il suono, anche se non ha sempre la potenza di un tempo, è comunque sempre il “suo” suono, il suo sound, riconoscibile fra altri cento, mille suoni; il fraseggio, anch'esso impossibile da confondere con altri, fatto di reiterazioni di riff e frasi taglienti di matrice Bop, è solo più diluito, somministrato all'ascolto con più parsimonia, come a dire “take your time, don't run”, riservando qua e là qualche rara incertezza di diteggiatura che rende il tutto ancora più bello, più emozionante. E quando, durante un solo, parte inaspettatamente un fischio dall’ancia del sax, è inevitabile il collegamento con un altro grande del passato, Coleman Hawkins, suo ispiratore per quanto riguarda il suono. Pescando nell’archivio della memoria mi viene in mente un Yesterdays di grandissima intensità, registrato dal vivo in Germania, ad Essen, nel 1960 a nome di Bud Powell, dove Hawkins, in piena foga del solo, si lascia scappare un fischio.

Grande Sonny: ancora una volta non si è risparmiato. Note, suoni, musica in quantità, regalati ad un pubblico entusiasta, che, dopo l’immancabile calypso finale "Don’t stop the Carnival", lo richiama insistentemente per un bis. Bis che Sonny concede: nascondendo la fatica fisica, attacca Tenor Madness. Terminata l’ultima nota, ci lascia, camminando un po' curvo e claudicante. Mi piace immaginarlo, nel vederlo andare via così, col peso sulle spalle di tutto il jazz che ha prodotto: una grande storia, scritta insieme a Bird, Dizzy, Miles, Trane, Monk, Brownie & Roach e tanti altri. Per questo motivo è curvo: porta sulle spalle un grande pezzo di storia del jazz. Grande Sonny, ma soprattutto grazie!