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sabato 25 maggio 2013 Direttore Responsabile Valerio Venturi
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Recensendo [cd]: "Giulia's thursdays" di John Taylor PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Ghirardo   
martedì 27 novembre 2012
Il maggiore contributo di innovazione alla cultura novecentesca è arrivato dal cinema e dal jazz, nuove forme d’arte in grado di raccontare le inquietudini del secolo breve e le cui strade si sono spesso incontrate. Dopo le innumerevoli incisioni dedicate a Nino Rota stupisce, però, la scelta del pianista inglese John Taylor di ripercorrere il repertorio compositivo di Carlo Rustichelli, autore di più di 200 colonne sonore soprattutto nei decenni '60 e '70 ma la cui fama è circoscritta al pubblico italiano. Il trio usuale di Taylor, completato da Palle Danielsson al contrabbasso e Martin France alla batteria, interpreta con piglio sicuro e sviluppato senso melodico le composizioni dell’autore scomparso nel 2004 in questo cd prodotto dalla nostrana Cam Jazz. Nonostante la classe dei musicisti coinvolti il disco non raggiunge le vette a cui ci avevano abituati incisioni precedenti quali “Angel of the presence” e “Requiem for a dreamer”. Si riconosce lo sforzo di Taylor nel rendere diversificata la proposta, alternando alle liriche “Canto d’amore” e “Guerresco ed elegiaco” caratterizzate dal morbido 3/4, alcuni brani con ritmica dispari quali “Tarantella della liberazione”. Dopo questo omaggio si consiglia al pianista di riprendere le proprie composizioni o quelle del compagno d’avventure Wheeler sicuramente
più vicine al livello assoluto più volte raggiunto nella propria gloriosa carriera.
 
Recensendo [cd]: "Optime-Fragile" di Nelide Bandello-Leibniz PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Scolesi   
mercoledì 14 novembre 2012
Torna Nelide Bandello. Dopo quasi 5 anni di silenzio, interrotto solo da episodiche apparizioni dal vivo, il batterista salentino, ma veneto d'adozione, dà alle stampe il secondo lavoro a proprio nome con il progetto Leibniz. Lo fa con l’ep intitolato “Optime-Fragile” (pubblicato da Punto Rojo del collettivo El Gallo Rojo, di cui Bandello fa parte), contenente quattro composizioni originali registrate in una seduta di studio del giugno 2011. Originariamente pensate per avere un seguito con l’apporto di altri brani, le incisioni di quella giornata sono rimaste le uniche realizzate. La pubblicazione del lavoro segna quindi una tappa lungo un percorso dagli orizzonti indeterminati, in una provvisorietà che trova, almeno per il momento, una sua compiutezza. A questo vuole riferirsi il titolo, nel quale la perentorietà a cui allude attraverso un rimando alla citazione "hic manebimus optime" si coniuga alla precarietà del “fragile”. Altre composizioni per ora  giacciono nelle polverose cartelline dei musicisti. Nel frattempo godiamoci questo interessante ep. Assieme alla batteria di Bandello, ritroviamo il sax ed il clarinetto di Francesco Bigoni, il vibrafono di Pasquale Mirra ed il contrabbasso di Giulio Corini. Formazione strepitosa. Rispetto alla band originaria, apparsa nell’esordio “No leader” (JE Records), la line up si presenta arricchita dal contributo di Enrico Terragnoli (chitarra e podofono) e pone oggi in maggior luce gli elementi fondamentali della musica del batterista: suoni acustici venati di ipnotiche distorsioni, ritmi frammentati e percorsi melodici incisivi. Nella scrittura, ancora più emancipata rispetto al primo lavoro dalle iniziali influenze jazz, permangono echi minimalisti contestualizzati in tessiture cangianti, bruschi cambi di direzione e un equilibrio enigmatico tra ironia e sfumature drammatiche. Se il breve episodio di “Cough” termina la sua corsa singhiozzante in un’eco disillusa, la maggior parte dei brani presenta invece un respiro più articolato ed una successione di scene, come nel discorsivo e malinconico “The fading man” che schiude finestre consecutive, ospita al suo centro l’apparizione del basso e quando infine si allontana all’orizzonte lo fa affrontando con passo solido l’inquietudine di un presagio sinistro. Dategli fiducia e ascoltatelo a lungo questo ep. “Optime-Fragile” apre nuove possibilità e soprattutto non fissa punti fermi. E non è poco.
 
Recensendo [cd]: "Enfants terribles" di Konitz-Frisell-Peacock-Baron PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Ghirardo   
martedì 13 novembre 2012
L’autoironia è, da sempre, una delle armi a disposizione dei grandi artisti. Il fatto che il quartetto in questione abbia deciso questo titolo scanzonato nonostante assommi quasi 300 anni di età dimostra la distanza tra l’età anagrafica e quella realmente percepita dai musicisti e predispone favorevolmente all’ascolto. Konitz ci ha abituato da decenni ad un lavoro di scavo sulle immortali melodie di Broadway ma oggi, complice la capacità di ascolto dei suoi famosi collaboratori, il risultato è notevole per sintesi ed interplay. In questo live registrato al Blue Note il repertorio è formato da alcuni degli standards più battuti ("Stella by starlight", "Body and soul", "I’ll remember april" e "I remember you" tra gli altri) ma la routine non abita qui grazie ai sapienti intrecci fra sassofono e chitarra e ad una ritmica che li accompagna in maniera mai scontata. Spiace sentire un Frisell così ispirato solamente nei lavori altrui dopo una ventina di anni in cui ha licenziato lavori  discontinui e lontani dal livello dei suoi splendidi esordi. Se si confronta la sua carriera con quella dell’antico sodale Joey Baron, ormai una certezza del batterismo moderno capace di svariare dai gruppi di Zorn a quelli di Jim Hall passando per Lovano, resta un po’ di legittimo rimpianto. Le sei lunghe tracce che compongono questo live sono disseminate di momenti di interesse e, partendo da composizioni  notissime agli appassionati del genere, i musicisti se ne discostano regalando preziosi momenti di invenzione a quattro voci. Molti considereranno questo cd l’ennesima jam session di lusso ma per chi scrive, un po’ annoiato da certo pretenzioso eccesso di progettualità nel jazz moderno, rappresenta una salutare boccata di ossigeno. Il jazz, piaccia o non piaccia, è ancora anche questo: quattro maestri che si ritrovano in un club e riscrivono per l’ennesima volta la storia della musica di matrice afroamericana.

 
Recensendo [cd]: "Sleeper" di Keith Jarrett PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Ghirardo   
giovedì 08 novembre 2012
Talvolta le case discografiche aprono i loro scrigni permettendo al pubblico di usufruire di tesori inaspettati. In questo caso la Ecm ha pensato bene di proporre l’incisione live del “quartetto europeo” di Jarrett registrata a Tokyo il 16 aprile del 1979. Per quei pochi che non ne fossero a conoscenza questo gruppo era completato da Jan Garbarek ai sassofoni, Palle Danielsson al contrabbasso ed Jon Christensen alla batteria e svolse attività musicale dal 1974 al 1980. A differenza del cosiddetto “quartetto americano”, formato insieme a Dewey Redman, Charlie Haden e Paul Motian, il gruppo in questione faceva del lirismo il suo punto di forza distaccandosi dalle ricerche ritmiche di origine  afroamericana e producendo una musica di straniante purezza melodica. Nelle sette tracce registrate nella stessa tournée che aveva prodotto “Personal mountains”, pubblicato nel 1989 dopo dieci anni di oblio, ritroviamo i brani che hanno caratterizzato quella breve stagione jarrettiana quali “Prism”, “Innocence” e la già citata “Personal mountains” con l’eccezione di “So tender” usualmente interpretata con lo "standard trio". Se si esclude l’introduzione di “Oasis”, in cui Jarrett alle percussioni e Garbarek ai flauti evocano quelle atmosfere etniche che poi faranno la fortuna del sassofonista negli anni a venire, la musica prodotta, pur nelle variazioni di tempi e ritmi, si caratterizza per cantabilità ed ispirazione compositiva. Colpisce, a 33 anni dall’incisione, la modernità delle scelte che rendono questo disco più contemporaneo di molti dischi concepiti in questi anni e più melodico della quasi totalità di essi. Se negli anni passati si era vociferato della ricostituzione del quartetto americano con l’ingresso di Joe Lovano al posto del defunto Redman ci sentiremmo di consigliare al grande pianista di abbandonare temporaneamente le esibizioni solitarie ed in trio per ricomporre questo quartetto. La carriera di un Garbarek ormai perso in un etnicismo fine a sé stesso ne trarrebbe sicuramente linfa positiva.
 
Recensendo [cd]: "Where do you start" di Brad Mehldau PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Ghirardo   
sabato 20 ottobre 2012
Il vero artista si preoccupa solamente di esprimere il proprio talento senza pensare alle leggi del mercato. E’ questo il caso di Brad Mehldau che, a distanza di soli sei mesi dall’uscita di “Ode”, licenzia un nuovo disco col classico trio completato da Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. La stessa session di registrazione ha prodotto due dischi complementari in quanto, dopo un lavoro basato esclusivamente su composizioni originali, oggi esce un cd in cui il trio rilegge pagine di altri autori. L’apertura mentale del quarantaduenne pianista, spesso alle prese nei dischi precedenti soprattutto con materiale di Radiohead e Nick Drake, viene confermata dalla scelta del repertorio che varia da Hendrix a Chico Buarque De Hollanda, da Clifford Brown e Sonny Rollins agli Alice in Chains. Come accade solamente ai grandi musicisti il risultato della rielaborazione di brani così eterogenei ha una coerenza ed unità stilistica invidiabili: la conferma della maturità interpretativa di un trio che parla con una sola voce. E’ difficile segnalare momenti particolarmente riusciti, in quanto le undici tracce scivolano via fra momenti lirici (la title track), classicamente jazz ("Airegin" e "Brownie speaks"), ritmi latini e suggestioni rock, mantenendo le caratteristiche sonorità dell’affermato trio. Questa maturità dovrebbe far riflettere chi, come il nostro Stefano Bollani, alle prese con materiale “leggero” indulge spesso in virtuosismi che inficiano il valore del suo pur indiscusso talento.
 
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